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Il Cinema dei Piccoli di Roma ha ospitato per tre giorni alcuni cortometraggi, fra cui i vincitori, proiettati meno di un mese fa a Siena, in occasione del 10° Festival Internazionale del Cortometraggio, diretto da Barbara Bialkowska e Piero Clemente.
Frammenti di storie si susseguono sul grande schermo senza posa, uno dopo l’altro, come a costituire, a fine serata, un unico grande mosaico fatto di fiction, di documentari, di risate false e lacrime vere. Quella del cortometraggio è un’arte sconosciuta ai più, un po’ perché poco tenuta in considerazione dai mass media e pubblicizzata, un po’ perché spesso si ricorre all’autoproduzione e ad attori anonimi, un po’ perché tutti questi fattori sono concatenati l’uno all’altro e confluiscono nell’ultima motivazione fra tutte che è la durata: un corto, almeno di questi presentati al suddetto Festival, dura dai due ai trenta minuti al massimo.
Questo probabilmente perché un buon cortometraggio deve essere un flash d’emozioni, deve colpire lo spettatore sfoderando in pochi minuti tutte le tecniche e strategie varie per così dire cinematografiche di cui è capace. Per questo si dice spesso che per un regista esordiente il corto sia un biglietto da visita e per un regista esperto, invece, una piccola prova. Una prova per misurarsi con altri tempi ed altri luoghi, perché non bisogna dimenticare che una delle caratteristiche della maggior parte dei corti, soprattutto italiani, mira ad uscire fuori dal coro tematico presente in televisione o al cinema. Ci si vuole incentrare spesso su contenuti estremi, duri, reali; e le serate di proiezione presso il Cinema dei Piccoli ne sono state più che spesso testimonianza costante.
Prima parte: Fiction e Animazione.
Si pensi, ad esempio, a “Giorno 122”, pensato come primo capitolo di un work in progress che darà alla luce altri quattro cortometraggi. Il sottotitolo di questo corto girato da Fulvio Ottaviano (regista di “Una talpa al bioparco” e del meno recente “Cresceranno i carciofi a Mimongo”) è “La fabbrica”: in ventitrè minuti si racconta la storia di sei superstiti prigionieri di un uomo senza scrupoli, che vivono in condizioni disperate, come barboni, costretti a rubarsi la roba l’un l’altro e a spartirsi i resti di un cadavere. Inquietante e doloroso fino al finale senza speranza, il corto riesce a riprodurre l’angoscia di un mondo in cui chi comanda veramente (gridando in faccia: “Qui il caso sono io: voi siete nulla”) sono, a quanto raccontano prima ed ultima sequenza, soltanto vermi.
Stempera decisamente quest’atmosfera cupa Lillo Petrolo con il suo “Moto perpetuo” in cui ritroviamo personaggi noti al pubblico televisivo, come Marco Mazzocca, Paola Minaccioni, Claudio Gregari (del duo comico Lillo&Greg), tutti intenti in un’isterica mattinata di traffico nella giungla di semafori capitolina. Sketch di cabaret si combinano con scene realistiche di tutti i giorni, strappando, anche attraverso fantasiose parolacce, non poche risate. Da notare l’ironia del titolo: moto perpetuo così come quello degli atomi di Epicuro, come se le nostre uniche “deviazioni casuali” (il clinamen di Lucrezio) fossero le altre macchine che c’intralciano la strada.
Ancora più coinvolgente si rivela “Mai dove dovremmo essere” di Davide Mannella, che racconta la storia di due uomini fuori dal comune: un rapinatore che va a volto scoperto a comprare le calze per la rapina e un tassista strampalato che non conosce mezza strada, mirabilmente interpretato da un grandissimo Sergio Rubini. Scene esilaranti alternate a messaggi profondi, come quello suggellato dal finale: un uomo si può perdere, basta ritrovarsi in tempo. Magari davanti ad una distesa marina, al tramonto.
Di taglio più leggero è “Il ragno, la mosca” di Emanuele Scaringi, remake del sempiterno sketch (sempre esilarante, c’è da ammettere) della vecchietta scippata che reagisce con borsettate e quant’altro. Ma che poi inevitabilmente cede di fronte agli occhietti vispi quanto ingannevolmente innocenti di una bimba canterina. Bravi gli interpreti, da Valerio Mastrandrea a Rolando Ravello.
Raggiunge il podio della poetica comicità, che dal suggestivo passa al triviale in pochi secondi, il grottesco nonsense di Pietro Sussi “Il Naso”, che richiama il surrealismo dell’omonima opera di Gogol. Attraverso paesaggi escheriani, si racconta la tragicomica avventura di un assessore (un grande Leo Gullotta) che perde la sua virilità in senso letterale: il suo membro (un esplosivo Pino Insegno) aspira ad una vita autonoma e se ne scappa in giro per il mondo, mandando al suo proprietario cartoline da ogni dove – il che ricorda molto la figura del nano de “Il Meraviglioso mondo di Amelie”. Nel cast anche Oreste Lionello, nei panni di un viscido medico che consiglia all’assessore, a cui intanto è stato riportato il pene Insegno sotto una campana di vetro dalla polizia, di viverci senza, perché “si sta meglio”. Scetticismo e nonsense, anche nel titolo.
Ancora ironia in “Non riesco a smettere di vomitare”di Adriano Ercolani, il cui protagonista è Elio Germano (il pusher di “Romanzo Criminale”) alle prese con una peculiarità cronica: nei momenti più belli della sua vita, rigetta. Ne conseguono una serie di circostanze grottesche, con un’happy end che trasforma il vomito in amorosa malattia infettiva.
Molto gradevole anche “Gli ultimi” di Riccardo Marchesini, che ci trasporta a Vadolo, piccolo centro del sud dell’Emilia, dove alla fine degli anni 70 i compagni di sezione decidono di dar luogo alla prima festa dell’Unità paesana. Ad ogni costo: funerali, tempeste… quel che conta, direbbe Giovanni Rana con loro, è un bel piatto di tortellini fumanti!
Simpatico, ma nulla di più, “Tutto brilla” di Massimo Cappelli, in cui Edoardo Leo, povero padre di famiglia e furbo venditore di aspirapolvere, s’improvvisa santone per tre signore ingioiellate ed annoiate, facendo assumere loro sostanze che credono droga, quando in realtà sono aspirine tritate. Di gran rilievo una battuta, per altro di evidente attualità: “La droga fa sembrare la vita meravigliosa, ma la vita non deve sembrare meravigliosa, deve esserlo”.
Affronta il tema della droga anche “Aria”, il pluripremiato corto di Claudio Noce, vincitore fra i tanti del David di Donatello Best Short 2005. Siamo tra i palazzi degradati romani di Tor Bella Monaca, che pullulano di esistenze disperate: una mamma che subisce violenza e si rifugia nella cocaina, un pusher premuroso cha manda un ragazzino a ritirare la roba, uno sciame di ragazzi sbandati che passano la vita a giocare sotto casa (anzi sopra: sul terrazzo!) per poi sorbirsi in famiglia furiose e violente litigate. E quand’è così, quando manca aria per respirare, non resta che correre via, a perdifiato. Magari con un pallone in mano.
Sulla stessa linea d’onda, “Compito in classe” di Daniele Cascella, racconta la tragedia della violenza sessuale sui minori, su una bambina che racconta la verità in un compito in classe, su una maestra-bambina che ancora non riesce a superare il proprio passato. Triste e vulnerabile, il corto s’ispira ad una storia vera, accaduta cinque anni fa in Puglia, immettendoci dentro un tocco di auto-riconoscimento molto freudiano.
Non coinvolge, invece, il senese Premio Speciale della Giuria per la Regia “Zakaria” di Massimiliano&Gianluca De Serio (che, fra i tanti premi, ha anche il Nastro d’Argento 2004): in meno di un quarto d’ora racconta l’avventura di un bambino che deve imparare lingua e riti musulmani, con buoni spunti di regia, ma con una trama forse troppo settoriale che scade alla fine nel macchiettistico.
Giusto riconoscimento, invece, la Menzione speciale per “Fraulein Gertie”, una coproduzione Italia- Brasile che si rivela miglior cortometraggio d’animazione della rassegna, raccontando una favola muta con finale a sorpresa che ha come protagonista Ms. Gertie, una bambolona di porcellana, brava cuoca, a cui un giorno suona alla porta un mingherlino spasimante, che viene rimpinzato di carne (che lei non tocca neanche). Dopo la prima notte d’amore, il mistero si svela. Un’opera pluripremiata che presenta un inquietante riscontro cannibale, ponendosi sulla scia delle interminabili saghe con bambole assassine. Da segnalare la genialità dei rumori di casa.
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