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Giungo nella ridente località
romagnola per seguire le ultime due giornate del Bff bellariafilmfestival “per
il cinema indipendente italiano” con la solita incoscienza programmatica con la
quale mi reco ai festival del cinema. Non scegliendo le giornate da seguire in
base alle opere proiettate, alle retrospettive, alle rassegne, ai personaggi
presenti; ma lasciandomi andare ad una deriva estetica e tematica, lasciando
che siano le mie esigenze e, soprattutto, quelle dell’Ufficio Ospitalità a
decidere per me. Non è il mio un qualunquismo festivaliero, piuttosto,
l’assaggio casuale che si fa su un prodotto per testarne la qualità, senza
condizionamenti dati da scelte preconcette e da valutazioni partigiane.
Giudicare un evento del quale si è scelto la parte migliore per parlarne non è
certo un metodo oggettivo. Certo che però, qui a Bellaria, sono capitato le
ultime due giornate che sono, solitamente, le migliori.
Nella giornata appena trascorsa, ho
potuto vedere – nella sezione “Cinema e psichiatria” l’intenso e controverso
film-documentario di Stefano Rulli – conosciuto per la lunga attività di
soggettista e sceneggiatore sia nel cinema che nella fiction televisiva – sul
difficile rapporto con il figlio disabile e sulla comunità-famiglia da lui
stesso fondata, sensibilizzato dalle gravi problematiche conosciute
personalmente. Un silenzio particolare, alterna momenti letterari, con
la voce off dello stesso Rulli o con le riprese sgranate e lontane nel tempo
(come quelle in Super8 girate dal protagonista di Nuovo cinema Paradiso
per rubare la giovinezza alla sua amata) al presente sofferto di vicinanza alle
irte spigolosità della malattia mentale del figlio, vissute in solidarietà con
la moglie e mamma del ragazzo. Il lavoro di Rulli – del quale è anche attore
protagonista e consapevole insieme al figlio coprotagonista ma non
cosciente-spiato nella sua naturalità – ricorda fortemente l’ultimo film di
Gianni Amelio Le chiavi di casa per la similarità dei drammi trattati,
ma se in Amelio, lo stile asciutto e “sottratto” faceva emergere comunque la
tessitura tramata della scrittura e la finzione del racconto con un finale
tanto aperto quanto a tesi; in Rulli, la struttura documentaristica riesce,
apparentemente, ad avvicinare lo spettatore alle sconosciute tragedie familiari
dell’handicap con ben più realismo. Ma, in questo “Un silenzio particolare”
rischia di essere contraddittorio. Stefano Rulli, più utilizza uno stile e
tecniche che vanno dal cinema-verità a quelle noerealiste, dal docufilm alla
candid camera, più percepisce l’aggressione della sua intromissione rumorosa,
esterna, aliena in un mondo di “silenzio” e, quindi, con garbo e pudore, cerca
di rimediare al frastuono fatto con considerazioni sentite, dettate dall’amore
paterno e dallo struggimento per la sorte dei più deboli, ma alla fine un po’
didascaliche, “telefonate”, condizionate dalla presenza finale dello
spettatore. Anello finale di una filiera del dolore che dovrebbe restare tutta
personale per essere più vera.
Per le anteprime in concorso, ho potuto
vedere Nanà di Giuseppe Varlotta, regista che sa maneggiare bene le
tecniche di ripresa e l’uso della fotografia, molto bella. Peccato che la
storia, di un veterinario, un cane da tartufo ed il suo padrone, di per sé
favolistica e misteriosa, viene resa con un’incedere retorico ed enfatico che
“americanizza” questo mediometraggio castrando l’empatia del pubblico,
nonostante i protagonisti Bebo Storti, Felice Andreasi e Mario Monicelli siano
atipici beniamini del pubblico italiota.
Quintosole di Marcellino De Baggis, lungo racconto sulla
storia vera, attraverso i suoi personaggi, di una squadra di calcio di
detenuti, risente troppo dello stile e del racconto televisivi, concedendo
troppo alle dichiarazioni dei detenuti stessi che tendono a ripetersi, e seppur
l’intento è meritorio, il risultato è che “Quintosole” perde di incisività e di
emozionalità perché troppo lungo e senza ritmo. Peccato, perché le interviste e
la vicenda del riscatto morale raccontate dal film, sono molto belle.
Per “Festa di compleanno” il Bff,
sceglie ogni anno un film di 30 anni prima, particolarmente significativo
rispetto alle attese ed ai contenuti dello stesso Bff, e lo festeggia, insieme
al regista ed agli attori, con una vera festa ed una vera torta. Torta della
memoria, torta del ricordo e della rievocazione storico-cinematografica, ma
anche torta alla nocciola. Vera, non proiettata, posso metterci la mano sulla
panna.
Il film scelto quest’anno è stato il
poco noto e poco passato in televione La mazurka del barone, della santa e
del fico fiorone di Pupi Avati, del 1975 appunto. Film che garantì ad Avati
– dopo gli insuccessi dei suoi primi due film, horror all’italiana – la
prosecuzione ininterrotta della carriera, soprattutto per la presenza nel film
di un divo assoluto del box-office di allora, come Ugo Tognazzi e di un comico
emergente come era Paolo Villaggio. “La mazurka….” È un opera bizzarra,
originalissima, a tratti geniale e resta difficile capire come è possibile che
il grandissimo Tognazzi, possa essersi appassionato ad un soggetto naif e ad
una sceneggiatura deliranti. Il film, nel suo essere così fortemente connotato
da uno stile “colorico” ed un po’ hippy, da una storia-parabola che avvicina il
barone tognazziano anche a certi santi-predicatori della non-violenza tipici di
quell’epoca rivoluzionaria e mistica, respira e fa respirare ancora oggi,
l’atmosfera della metà degli anni ’70. Un film da conoscere e da rivalutare,
nel quale le invenzioni prevalgono sul racconto, portando paradossalmente il
pubblico a ridere per tutta la durata, ma anche ad annoiarsi a momenti. “La
mazurka…” un po’ come i due film diretti da Renzo Arbore, appare quasi una
sgangherata goliardata tra amici, esilarante ma “errata”, naturalissima ma
posticcia. Merito va reso al bravissimo Ugo Tognazzi, sperimentatore coraggioso
con il cinema di Marco Ferreri, ma qui addirittura audace rivoluzionario, che
si rimette sempre in gioco e la cui recitazione supera decisamente l’interesse
archeologico e sociologico della pellicola di Avati. Ancora antipatico e poco
divertente, invece, un Villaggio “kranziano” antecedente alla
transustanziazione cinematografica nel colossale personaggio di Fantozzi.
Ma la cosa migliore di questo festival,
sono i deliziosi promo ai film, uno specie di Cinegiornale Luce – ironico e
creativo – realizzati da un gruppo di giovani artisti del cinema guidati da
Daniele Segre, che racconta in cronaca quello che si vede e quello che succede
nella manifestazione. Con una filosofia prettamente televisiva, quella
autoreferenziale di parlarsi addosso, di raccontare ed idolatrare se stessa ma
con tutta quella fantasia, quella creatività, quel senso dell’autoironia che la
televisione non ha. Ma su questo tornerò, nella prossima puntata.
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