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BELL’ARIA DI CINEMA

Per un cinema indipendente
di Raffaele Rivieccio
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Giungo nella ridente località romagnola per seguire le ultime due giornate del Bff bellariafilmfestival “per il cinema indipendente italiano” con la solita incoscienza programmatica con la quale mi reco ai festival del cinema. Non scegliendo le giornate da seguire in base alle opere proiettate, alle retrospettive, alle rassegne, ai personaggi presenti; ma lasciandomi andare ad una deriva estetica e tematica, lasciando che siano le mie esigenze e, soprattutto, quelle dell’Ufficio Ospitalità a decidere per me. Non è il mio un qualunquismo festivaliero, piuttosto, l’assaggio casuale che si fa su un prodotto per testarne la qualità, senza condizionamenti dati da scelte preconcette e da valutazioni partigiane. Giudicare un evento del quale si è scelto la parte migliore per parlarne non è certo un metodo oggettivo. Certo che però, qui a Bellaria, sono capitato le ultime due giornate che sono, solitamente, le migliori.

Nella giornata appena trascorsa, ho potuto vedere – nella sezione “Cinema e psichiatria” l’intenso e controverso film-documentario di Stefano Rulli – conosciuto per la lunga attività di soggettista e sceneggiatore sia nel cinema che nella fiction televisiva – sul difficile rapporto con il figlio disabile e sulla comunità-famiglia da lui stesso fondata, sensibilizzato dalle gravi problematiche conosciute personalmente. Un silenzio particolare, alterna momenti letterari, con la voce off dello stesso Rulli o con le riprese sgranate e lontane nel tempo (come quelle in Super8 girate dal protagonista di Nuovo cinema Paradiso per rubare la giovinezza alla sua amata) al presente sofferto di vicinanza alle irte spigolosità della malattia mentale del figlio, vissute in solidarietà con la moglie e mamma del ragazzo. Il lavoro di Rulli – del quale è anche attore protagonista e consapevole insieme al figlio coprotagonista ma non cosciente-spiato nella sua naturalità – ricorda fortemente l’ultimo film di Gianni Amelio Le chiavi di casa per la similarità dei drammi trattati, ma se in Amelio, lo stile asciutto e “sottratto” faceva emergere comunque la tessitura tramata della scrittura e la finzione del racconto con un finale tanto aperto quanto a tesi; in Rulli, la struttura documentaristica riesce, apparentemente, ad avvicinare lo spettatore alle sconosciute tragedie familiari dell’handicap con ben più realismo. Ma, in questo “Un silenzio particolare” rischia di essere contraddittorio. Stefano Rulli, più utilizza uno stile e tecniche che vanno dal cinema-verità a quelle noerealiste, dal docufilm alla candid camera, più percepisce l’aggressione della sua intromissione rumorosa, esterna, aliena in un mondo di “silenzio” e, quindi, con garbo e pudore, cerca di rimediare al frastuono fatto con considerazioni sentite, dettate dall’amore paterno e dallo struggimento per la sorte dei più deboli, ma alla fine un po’ didascaliche, “telefonate”, condizionate dalla presenza finale dello spettatore. Anello finale di una filiera del dolore che dovrebbe restare tutta personale per essere più vera.

Per le anteprime in concorso, ho potuto vedere Nanà di Giuseppe Varlotta, regista che sa maneggiare bene le tecniche di ripresa e l’uso della fotografia, molto bella. Peccato che la storia, di un veterinario, un cane da tartufo ed il suo padrone, di per sé favolistica e misteriosa, viene resa con un’incedere retorico ed enfatico che “americanizza” questo mediometraggio castrando l’empatia del pubblico, nonostante i protagonisti Bebo Storti, Felice Andreasi e Mario Monicelli siano atipici beniamini del pubblico italiota.

Quintosole di Marcellino De Baggis, lungo racconto sulla storia vera, attraverso i suoi personaggi, di una squadra di calcio di detenuti, risente troppo dello stile e del racconto televisivi, concedendo troppo alle dichiarazioni dei detenuti stessi che tendono a ripetersi, e seppur l’intento è meritorio, il risultato è che “Quintosole” perde di incisività e di emozionalità perché troppo lungo e senza ritmo. Peccato, perché le interviste e la vicenda del riscatto morale raccontate dal film, sono molto belle.

Per “Festa di compleanno” il Bff, sceglie ogni anno un film di 30 anni prima, particolarmente significativo rispetto alle attese ed ai contenuti dello stesso Bff, e lo festeggia, insieme al regista ed agli attori, con una vera festa ed una vera torta. Torta della memoria, torta del ricordo e della rievocazione storico-cinematografica, ma anche torta alla nocciola. Vera, non proiettata, posso metterci la mano sulla panna.

Il film scelto quest’anno è stato il poco noto e poco passato in televione La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone di Pupi Avati, del 1975 appunto. Film che garantì ad Avati – dopo gli insuccessi dei suoi primi due film, horror all’italiana – la prosecuzione ininterrotta della carriera, soprattutto per la presenza nel film di un divo assoluto del box-office di allora, come Ugo Tognazzi e di un comico emergente come era Paolo Villaggio. “La mazurka….” È un opera bizzarra, originalissima, a tratti geniale e resta difficile capire come è possibile che il grandissimo Tognazzi, possa essersi appassionato ad un soggetto naif e ad una sceneggiatura deliranti. Il film, nel suo essere così fortemente connotato da uno stile “colorico” ed un po’ hippy, da una storia-parabola che avvicina il barone tognazziano anche a certi santi-predicatori della non-violenza tipici di quell’epoca rivoluzionaria e mistica, respira e fa respirare ancora oggi, l’atmosfera della metà degli anni ’70. Un film da conoscere e da rivalutare, nel quale le invenzioni prevalgono sul racconto, portando paradossalmente il pubblico a ridere per tutta la durata, ma anche ad annoiarsi a momenti. “La mazurka…” un po’ come i due film diretti da Renzo Arbore, appare quasi una sgangherata goliardata tra amici, esilarante ma “errata”, naturalissima ma posticcia. Merito va reso al bravissimo Ugo Tognazzi, sperimentatore coraggioso con il cinema di Marco Ferreri, ma qui addirittura audace rivoluzionario, che si rimette sempre in gioco e la cui recitazione supera decisamente l’interesse archeologico e sociologico della pellicola di Avati. Ancora antipatico e poco divertente, invece, un Villaggio “kranziano” antecedente alla transustanziazione cinematografica nel colossale personaggio di Fantozzi.

Ma la cosa migliore di questo festival, sono i deliziosi promo ai film, uno specie di Cinegiornale Luce – ironico e creativo – realizzati da un gruppo di giovani artisti del cinema guidati da Daniele Segre, che racconta in cronaca quello che si vede e quello che succede nella manifestazione. Con una filosofia prettamente televisiva, quella autoreferenziale di parlarsi addosso, di raccontare ed idolatrare se stessa ma con tutta quella fantasia, quella creatività, quel senso dell’autoironia che la televisione non ha. Ma su questo tornerò, nella prossima puntata.

 

 
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Anno2 Pubblicazione registrata al Tribunale della Stampa di Roma N° 303/2002 del 07/06/2002 - email
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