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All’incirca quarant’anni fa, almeno mezzo milione di giovani si mise in viaggio per raggiungere un posto sperduto nella campagna dello stato di New York, dove si tenne quello che sarebbe stato, poi, ricordato come una tre giorni di pace, amore e musica. Il concerto più famoso della storia della musica rock, nel corso del quale si esibirono alcuni tra i gruppi e gli artisti più famosi dell’epoca: da Jimi Hendrix a Janis Joplin, da The Band a The Who, e così via passando per nomi oramai dimenticati ma che pure hanno lasciato in qualche modo il loro segno nella storia delle sette note.
Woodstock, inevitabilmente, è entrato a far parte della nostra memoria collettiva, questo anche grazie a quello straordinario documento cinematografico che è il film di Michael Wadleigh, Woodstock tre giorni di pace amore e musica, cui contribuì peraltro in maniera fondamentale l’allora giovanissimo Martin Scorsese, assistente del film sia alla regia che al montaggio.
Se si sa praticamente tutto delle performance dei vari musicisti, molto meno si conosce, invece, sul come e il perché questi cinquecentomila giovani e giovanissimi si ritrovarono a convenire in quella località, pressoché sconosciuta e dimenticata da Dio e dagli uomini, da tutte le parti degli Stati Uniti d’America e non solo. E questa è una storia tutta particolare che meritava decisamente di essere raccontata, cosa che, puntualmente, ha fatto Ang Lee, traendo dall’autobiografia di Elliot Tiber la sua nuova fatica, Motel Woodstock (in originale, molto più appropriatamente, Taking Woodstock).
Elliot Tiber, nel 1969, era un trentenne omosessuale che aveva provato a trovare la sua strada come arredatore nel Greenwich Village: continuava però ad essere legato in maniera assai stretta all’azienda di famiglia, un motel scalcinato nei Catskills. Per evitare che l’impresa fallisca, si vide costretto a trasferirsi a casa dei genitori, un’anziana coppia di russi ebrei, ruvidi ed autoritari.
Fu per puro caso che Elliot venne a sapere che nelle vicinanze, a Walkill, le autorità locali avevano negato i permessi per l’organizzazione di un festival musicale. Pensò così di approfittare della cosa, per ridare un po’ di vita al motel di famiglia: chiamò così l’organizzatore, Michael Lang, produttore della Woodstock Ventures, e gli propose di spostare il Festival dalle sue parti, mettendolo anche in contatto con il suo vicino di casa, Max Yasgur, proprietario di una fattoria di 250 ettari nella quale produceva latte. Il luogo perfetto per organizzare una manifestazione come quella che stava prendendo corpo.
Così, del tutto inavvertitamente, senza rendersi minimamente conto di quello che stava realmente facendo, Elliot Tiber contribuì in maniera fondamentale alla realizzazione del Festival e a far sì che tutto si svolgesse secondo i crismi. Questo, solo perché voleva fare in modo di procurare il tutto esaurito, per qualche giorno, al motel di famiglia.
Si sa che molto spesso i grandi eventi sono provocati da piccoli episodi insignificanti, senza i quali il corso della Storia, o delle storie, sarebbe stato differente. Necessariamente. Questo è davvero uno di quei casi. E Ang Lee si diverte a presentarcelo in una commedia divertente e, allo stesso tempo nostalgica. Protagonista è un’epoca che, purtroppo, non esiste più: un’epoca nella quale molto, se non, addirittura, tutto, era possibile, al contrario di oggi, e ognuno di noi poteva decidere di prendere la propria esistenza nelle sue mani.
La parabola di Elliot è assai prevedibile. Da giovane alla ricerca di se stesso e di una vita da costruire, dopo aver visto passare davanti ai propri occhi un evento così epocale e clamoroso, si trasforma in una persona che ha capito di dover finalmente prendersi delle responsabilità e di poter cominciare a vivere, altrove, ormai sciolto e liberatosi dal cordone ombelicale che lo teneva strettamente legato ai suoi genitori.
Il mondo da cui rimane affascinato e che lo rapisce è un mondo fatto di colori, reali o psichedelici che fossero, un universo fatto di suoni e caratterizzato da una totale apertura verso il proprio prossimo. Un mondo nel quale l’amore è possibile, quale che ne sia la natura. Senza limiti o vincoli e restrizioni. Al contrario di quello che avviene al di fuori del recinto entro il quale si svolge il concerto, nel quale tutti cercano di imporre regole e paletti insuperabili.
Motel Woodstock funziona perfettamente sino al momento in cui gli occhi di Elliot si aprono al mondo. Da quel momento in poi tutto si muove più faticosamente e si finisce quasi per perdere interesse per quello che accade successivamente. D’altronde, come sempre accade alla fine di una festa, il momento dei commiati e dei saluti è quello del quale ci si vorrebbe liberare il più in fretta possibile. Peccato, però, perché si finisce davvero per essere delusi da quella che era stata, fino a quel momento, una commedia assai divertente.
Un delizioso affresco su un’epoca che oramai molti hanno dimenticato o che conoscono solo attraverso quelle meravigliose band e quegli straordinari musicisti che per tre giorni deliziarono cinquecentomila giovani pacifisti, bisognosi d’amore e di pace.
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