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FAME di Kevin Tanchaoren

Rifacimenti inutili
di Gian Lorenzo Masedu
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Il cinema si ciba sempre più di se stesso, arrivando a cannibalizzare, in modo quanto più indiscriminato e incosciente, tutto quello che sia o che rimandi all’immagine. Si fanno e si rifanno film in continuazione, belli o brutti che siano. Cineasti usciti dalle più improbabili scuole di cinema, autori che nulla sanno del mondo, ma probabilmente tutto del regista più oscuro e misconosciuto sulla faccia della terra, citano a più non posso, consciamente ed inconsciamente, incapaci di proporre immagini che siano, a loro volta, originali. D’altronde, è inevitabile che questo accada e si ripeta: siamo bombardati da immagini, sia televisive che cinematografiche, e queste, gioco forza, divengono nostro patrimonio culturale. Il nostro immaginario è talmente intasato e influenzato al punto che qualsiasi situazione si presenti oggi ai nostri occhi, probabilmente la vivremo come un déjà-vu in quanto già ci è scorsa dinanzi, su un telone cinematografico o su uno schermo televisivo.

D’altronde, come sosteneva Walter Benjamin, l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica ha perso quell’aura, quel valore che la rendeva unica e, per questo, superiore e quasi inavvicinabile. Ormai, invece, l’opera d’arte, il film, può essere riprodotta in migliaia di modi e di forme differenti, giustificando così anche la sua mutilazione e l’appropriazione, da parte altrui, di suoi elementi fondanti.

In momenti di crisi creative, ad Hollywood si ricorre sistematicamente alla pratica del remake, ovvero del rifacimento. Molto spesso si rifanno film ormai lontani nel tempo, che in qualche modo possono risultare del tutto nuovi e mai visti alle masse di spettatori, il più delle volte ragazzi, che usualmente affollano le sale cinematografiche. La definizione di lontano del tempo, però, si sta di molto restringendo, al punto che oramai anche pellicole che hanno meno di trent’anni divengono oggetto di rifacimento.

Questo è ad esempio il caso di Fame, da noi conosciuto come Saranno famosi, pellicola di Alan Parker del 1980, che sarebbe stata poi seguita da una serie televisiva di successo, prodotta tra il 1982 e il 1987. Infatti, a Hollywood hanno pensato bene di ripresentare al pubblico le fatiche e gli sforzi degli studenti frequentatori della Fiorello H. LaGuardia High School of Music & Art and Performing Arts.

Come tutti i film riconducibili a questa sorta di sottogenere del cinema americano, Fame comincia con il presentarci alcuni tra quelli che saranno i protagonisti della pellicola che si presentano alla scuola ed affrontano quelle audizioni in base alle quali possono venire ammessi ai corsi. Ognuno ha una sua personalità, una sua personale ambizione e una sua storia che lo rende unico e, conseguentemente, diverso da tutti i suoi compagni di studi.

C’è chi vede la scuola come una possibilità di riscatto sociale, chi invece la vede come l’occasione per specializzarsi nella materia studiata per un’intera vita, chi invece vede la scuola solo come un mezzo, una sorta di trampolino di lancio verso quello che è il luccicante ed illusorio mondo dello spettacolo.

Naturalmente, ognuno avrà, nel corso dei quattro anni di durata della scuola, dei momenti in cui si sentirà sul punto di voler abbandonare, per problemi legati alla famiglia, oppure alla comprensione del fatto che il percorso intrapreso forse non era quello più giusto. Tutti, però, alla fine, impareranno che, per riuscire in qualcosa, il talento conta in maniera assai limitata. Ciò che contano maggiormente sono il duro lavoro, la preparazione e la dedizione totale a quello che si vuole fare o imparare. Non esistono scorciatoie se l’obiettivo ultimo che ci si propone è quello di divenire dei veri e propri professionisti.

Tutte le situazioni che ci vengono presentate e raccontate in questa nuova versione di Fame sono state già viste e riviste in altre decine, se non centinaia di film. Quello che colpisce è la totale mancanza di inventiva e di volontà di osare e di provare a narrare qualcosa di diverso ed originale. Gli autori si limitano a prendere un gruppo di protagonisti, costruire loro intorno degli intrecci appena abbozzati, e dare a ciascun personaggio un tot di tempo sullo schermo. Nient’altro. Da manuale, ogni personaggio dovrebbe compiere il suo percorso di crescita, che lo porta a maturare e a risolvere quegli eventuali problemi personali che lo affliggono. Il problema nostro è che sono stati scelti ragazzi così anonimi e ancora privi di personalità che si finisce per non distinguerli gli uni dagli altri e per non provare una particolare empatia per alcuno di loro.

Non sappiamo granché su chi siano e su cosa pensino. Vediamo un po’ di quello che fanno ma la cosa ci risulta del tutto indifferente. Anche dal punto di vista delle coreografie, delle musiche, e quant’altro caratterizza questo sottogenere, non vi sono invenzioni straordinarie, anzi. Si ha la triste impressione di assistere a una puntata di una qualche serie televisiva di secondo ordine. Nulla di valido o meritevole di essere in qualche modo ricordato.

Ci si chiede il perché dell’operazione e che senso abbia avuto riferirsi al film di Parker, quando, per produrre un’operetta come questa, non ci sarebbe stato bisogno di scomodare nessuno. In tutto e per tutto dimenticabile, anzi da dimenticare, salvo per quei rari momenti in cui diviene involontariamente comico. Ma quella è un’altra storia.

 
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Anno2 Pubblicazione registrata al Tribunale della Stampa di Roma N° 303/2002 del 07/06/2002 - email
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